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Vulvodinia: svolta nella cura. Oggi diagnosi in mezz’ora

09 martedì 2022 visualizzazioni:

Una malattia considerata “immaginaria” fino a pochissimi anni fa ma che colpisce il 15% della popolazione femminile

Finalmente c’è una svolta nella diagnosi e nella cura di una patologia che negli USA, addirittura, affligge 1 donna su 6. Senza considerare i dati sommersi, si ipotizza che anche in Italia, il 15% della popolazione femminile possa soffrire di vulvodinia, una malattia considerata “immaginaria” fino a pochissimi anni fa. Una problematica invalidante, oltretutto, che colpisce un’ampia fascia d’età compresa tra i 14 e i 68 anni e di cui, ancora adesso, non se ne parla abbastanza.

“Fortunatamente, oggi, dopo il Q-Tipe Test, un esame specifico della vulva e una valutazione approfondita del muscolo pelvico, in poco più di mezz’ora siamo in grado di diagnosticare il problema e soprattutto di prospettare una terapia alle mie pazienti, le quali troppo spesso arrivano da me demotivate e fortemente provate psicologicamente perché incomprese e sfiduciate dai vani tentativi di cura proposti loro negli anni”, spiega la dottoressa Rosanna Palmiotto che ha dedicato i suoi studi ad approfondire la natura di questa patologia, da cui lei stessa è stata affetta da giovanissima e per la quale è considerata una antesignana nelle cure. ”E’ un grande traguardo perché, fino ad ora, questa malattia veniva diagnosticata, in media, con quattro anni e mezzo di ritardo”.

Caratterizzata da svariati sintomi come bruciore vaginale, infiammazione frequente e dispareunia, ossia dolore durante il rapporto sessuale, la vulvodinia è una malattia invalidante che compromette la vita personale e affettiva di molte donne. Riconosciuta dalla comunità scientifica come malattia soltanto nel 2003, la vulvodinia è stata per anni vissuta dalle donne come un “segreto”, un disagio psicofisico silenzioso e privo di soluzione, su cui non vi era alcuna evidenza scientifica.

La Palmiotto, avendo vissuto sulla sua pelle il problema, da anni cerca di operare una vera e propria “rivoluzione culturale” rispetto all’approccio medico alla vulvodinia, una malattia sottovalutata ma ormai assai diffusa. “Il dolore mestruale, così come quello provato nei rapporti sessuali, non può considerarsi normale”, ammonisce la ginecologa, che fin dagli anni ’90 ha cercato spasmodicamente di fare luce su questo problema, provando anche e soprattutto a fare rete con i colleghi di tutta Italia. Oggi, anche grazie all’intervento pubblico di influencer come Giorgia Soleri che ha dichiarato di essere affette da vulvodinia, questa patologia ha avuto una eco mediatica importante ma, ciononostante, sono ancora troppi gli specialisti che tardano nel diagnosticarla, aggravando ulteriormente la condizione delle donne che ne sono affette.

“Sulle malattie di genere – secondo la Palmiotto –  c’è ancora troppa chiusura mentale, come dimostra la bassissima presenza di medici specializzati sulla vulvodinia, una malattia da cui è però urgente e importante sapere che si può guarire, grazie a un approccio medico multidisciplinare e personalizzato che coinvolge diverse figure, a seconda dei casi: ginecologo, osteopata, sessuologo, psicologo e posturologo. Le cause di questa patologia possono essere infatti molteplici e risalgono quasi sempre all’infanzia: attività fisica che ha contratto il muscolo pelvico, ferite emozionali derivanti da abusi sessuali che hanno generato una chiusura del pavimento pelvico e molte altre casistiche che richiedono cure diverse a seconda della genesi del problema.”


Come capire se si è guariti dalla vulvodinia? Quando si ricomincia ad avere una vita sessuale serena e quando problemi come bruciore per aver semplicemente accavallato le gambe, sono soltanto un lontano e brutto ricordo. “Mi batterò affinché questa malattia ancora troppo invisibile, ma certo non immaginaria, sia non solo riconosciuta con immediatezza dai miei colleghi ma anche affinché le proposte di legge portate in Parlamento tra marzo e aprile, inseriscano la vulvodinia nella lista delle malattie croniche e invalidanti, riconosciute dal Servizio Sanitario Nazionale”, conclude la Palmiotto.