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Bellezza, la verità sul lifting

01 venerdì 2024 visualizzazioni:

Un lifting è per sempre? Qual è l’età giusta per farlo? Si corrono rischi? Risponde il chirurgo plastico Raffaele Rauso

Dati alla mano, sono sempre di più i pazienti che scelgono di sottoporsi a un intervento chirurgico di ringiovanimento del volto: Il numero di facelift nel mondo ha registrato un +35.8% negli ultimi 4 anni (dati ISAPS), mentre nello stesso periodo il lifting al collo è cresciuto del 77.6% e la ridefinizione del contorno del viso del 39.9%. Una novità in controtendenza rispetto all’ultimo periodo, in cui lifting era considerato sinonimo di visi tirati in modo innaturale, ultima spiaggia per visi molto invecchiati. “Grazie alle conoscenze e alle tecniche odierne, il lifting è senza dubbio la scelta migliore per chi desidera contrastare l’avanzare del tempo. E’ la soluzione che meglio consente di intervenire in profondità e non solo a livello superficiale, riposizionando i tessuti e ridando volume, senza il gonfiore e i risultati innaturali che sono spesso conseguenza di una errata o eccessiva applicazione dei trattamenti mini-invasivi” spiega il professor Raffaele Rauso, già presidente FIME e già professore all’Università Vanvitelli di Napoli.
Per ottenere i migliori risultati, chiarire i dubbi ed evitare le delusioni, ci sono alcuni aspetti che è meglio mettere in chiaro fin da subito. Ecco tutta la verità sul lifting.

1) L’età giusta per farlo è… prima di quanto si creda. Erroneamente si pensa che il lifting sia adatto per l’età avanzata: i migliori candidati sono i quarantenni. “Ci sono diversi motivi per cui è consigliato operarsi attorno ai 45 anni, quando si manifestano i primi segni di cedimento dovuti all’invecchiamento – afferma il prof. Rauso -. La pelle ha ancora una buona elasticità e si riescono a ottenere risultati naturali di cui beneficiare negli anni successivi. Inoltre, in seguito all’intervento, si forma una fibrosi cicatriziale interna che frena lo scivolamento dei tessuti verso il basso, rallentando il processo d’invecchiamento. Il rischio di sottoporsi a lifting a 60 anni è avere risultati anacronistici, con una evidente differenza tra l’aspetto ringiovanito del viso e quello invecchiato del décolleté”.

2) La durata del lifting non è eterna, ma significativa. “Il lifting non va fatto per risolvere il problema dell’invecchiamento e non prendersene più cura – spiega il professore -. Dopo l’intervento, la pelle continua il naturale invecchiamento, con riassorbimento del grasso e tessuti ptosici: di solito si torna nelle condizioni pre-intervento circa 8 anni dopo il lifting”. Ci sono tecniche che possono rallentare il processo: può essere utile eseguire, contestualmente al lifting, un resurfacing o laser CO2 per migliorare la texture della pelle. Così, oltre a “stirare” i tessuti, si eliminano le macchie e le rughe superficiali legate all’esposizione solare. Bisogna poi prendersi cura del proprio volto con periodiche sedute di filler, da eseguirsi ogni 2 o 3 anni, biorivitalizzazione e/o botulino da eseguire 1-2 volte l’anno che ne prolungano l’effetto”.

3) Vita sana, effetto prolungato. Fattori come l’esposizione al sole, il fumo, la pratica regolare di sport e una dieta sana possono influire sulla longevità di un lifting. Mantenere uno stile di vita sano e un regime adeguato di cura della pelle possono aiutare a prolungare i risultati della procedura.

4) Gli eccessi dei trattamenti mini-invasivi. Spesso la paura di un intervento chirurgico o di una cicatrice, spingono il paziente a insistere con i trattamenti non-chirurgici, anche quando l’invecchiamento è molto avanzato. “Con infiltrazioni eccessive di filler per “tirare su” i tessuti cadenti, si generano volti innaturalmente gonfi. La medicina estetica è utile come coadiuvante per l’anti-aging, nella prevenzione all’invecchiamento, ma quando i segni del tempo iniziano a essere evidenti, è utile considerare una soluzione chirurgica” aggiunge Rauso.

5) Il recupero post-operatorio. Esistono diversi tipi di lifting del viso (frontale, temporale, cervico facciale, mini lifting). da cui dipendono i tempi di recupero: con il deep-plane, una delle tecniche migliori ma anche maggiormente invasive, bastano due o tre settimane per ritornare alla vita sociale. In generale, dopo 5-12 giorni dall’intervento si tolgono i punti e si può uscire di casa. Permangono insensibilità e un po’ di gonfiore: il risultato finale si avrà dopo 6/7 mesi.

6) Alla radice dell’invecchiamento. La tecnica risale a diversi anni fa, ma è tornata in auge nell’ultimo periodo ed è considerata la migliore: “Grazie a una conoscenza più approfondita dell’anatomia e dei meccanismi di invecchiamento, oggi il lifting deep plane consente di agire in profondità riposizionando i tessuti. I legamenti sono come le radici di un albero: è necessario staccarle per muovere i tessuti e riposizionarli. In questo modo si può intervenire anche sulla linea mandibolare e il collo, che sono le prime a cedere con l’età” prosegue l’ex presidente Fime.

7) La soddisfazione del paziente dipende dall’abilità del chirurgo. Il lifting è uno degli interventi più complessi, tanto che non tutti i chirurghi plastici si cimentano in questa pratica. Il successo dell’operazione è influenzato in modo significativo dalla competenza e dall’esperienza dello specialista che la esegue. “I rischi potenziali di un lifting sono gravi e riguardano la lesione parziale o totale dei nervi. Sono eventi molto rari, che personalmente in tanti anni di pratica non ho mai visto, in quanto chi è esperto sa come procedere senza causare danni, mentre chi lo è meno fa uno scollamento minimo, senza spingersi in profondità e quindi senza rischiare di danneggiare i nervi. Proprio questo approccio superficiale è la causa principale di insoddisfazione per i pazienti: nelle prime settimane, con il gonfiore, il risultato ottenuto sembra buono, ma dopo poco il paziente torna come prima. Per evitare il fallimento è determinante rivolgersi a un medico esperto, che conosca bene l’anatomia e sappia cosa fare e come intervenire”.

8) Cicatrici invisibili. Una delle principali obiezioni dei potenziali pazienti riguarda le cicatrici che segnalano inequivocabilmente l’avvenuta operazione. “Non è così: i tagli si nascondono tra i capelli o dietro le orecchie, rendendo difficile anche agli occhi più attenti riconoscere i segni dell’intervento. Ovviamente, è fondamentale rivolgersi a un chirurgo estetico esperto” conclude il professor Rauso.

di redazione digital

1/03/2024

I social media trend 2024

29 giovedì 2024 visualizzazioni:
1. Cresce l’importanza delle microcommunities e dei microinfluencer
2. L’AI prende sempre più piede per il content
3. L’importanza crescente del customer care
4. Crescita del social commerce
5. Back to the ‘90s: la nostalgia, sentimento condiviso 
L’agenzia internazionale specializzata in Influencer Marketing, Social Media Management  e Social Paid Adv, ha definito i principali fattori che i brand devono conoscere per distinguersi sui social media attraverso le proprie attività di comunicazione 

Il mondo dell’Influencer Marketing si sta evolvendo e con esso deve si evolve l’approccio di comunicazione dei brand.

Christoph Kastenholz, Co-Founder & CEO di Pulse Advertising, agenzia riconosciuta come punto di riferimento nel settore dell’influencer marketing con sedi ad Amburgo, Berlino, Londra, Milano e New York ha stilato un elenco dei 5 trend che le aziende devono conoscere per distinguersi e performare all’interno del mercato dei social media nel 2024.

1. Il ruolo dei micro influencer e delle micro communities

L’Influencer marketing rimarrà la più grande tendenza del marketing nel 2024, ma con lievi cambiamenti. In particolare cresce ancora l’importanza dei micro influencer (5-10k di follower) e i brand dovranno iniziare ad utilizzare i social per aumentare la loro consideration, cioè la considerazione che i consumatori hanno della marca in base alle loro percezioni e alle loro esperienze con essa, e non più solo l’awareness. I micro influencer permettono di raggiungere un pubblico di nicchia e demografiche specifiche, hanno tassi di coinvolgimento più elevati all’interno di comunità specializzate e costruiscono un’autentica fiducia all’interno delle comunità di riferimento. Ecco perché per i brand diventa fondamentale immergersi nelle “micro communities”.

Nelle strategie di Influencer Marketing più complesse, è consigliabile mettere in campo il giusto bilanciamento tra il coinvolgimento dei global influencer, che avendo una maggior social proof fanno sì che il marchio venga accettato da norme o aspettative sociali, e il coinvolgimento dei micro influencer, che hanno una maggior community interaction e riescono a far considerare un marchio “cool” perchè inserito in modo realistico all’interno di un campo di interesse comune tra creator e community. 

2. AI: una tecnologia in continua evoluzione  

L’Intelligenza Artificiale troverà ancora più spazio all’interno delle strategie social del brand. Questa tecnologia consente di ricreare immagini, volti, persone, intere nuove realtà, e fornisce ai marchi nuovi spunti creativi. Il 60% degli esperti di marketing a livello globale ha già lavorato con gli influencer generati dall’intelligenza artificiale nelle proprie campagne ed il 49% dei marketer li considera uno strumento positivo in termini di efficacia.

Lo sviluppo di questa nuova e versatile possibilità virtuale necessita l’acquisizione di competenze specifiche nuove, che richiede ai marketer di essere costantemente aggiornati sulle tendenze e le innovazioni, scegliere gli strumenti e le piattaforme più corrette dove inserirla, creare contenuti coinvolgenti e personalizzati. Tra le sfide più creative c’è quella di riuscire ad integrare gli influencer dell’IA in campagne di marketing adeguate ed incoraggiare l’interazione e il feedback degli utenti. In un continuo dialogo tra realtà concreta e realtà virtuale. 

3. L’ AI applicata al community & consumer management 

L’AI offre un’enorme opportunità su Instagram per costruire il successo dei brand e migliorare la gestione della comunità. Un esempio del suo impiego a questo scopo sono      

i chatbot che aiutano i team di lavoro a gestire i flussi comunicativi provenienti dalle community. Forniscono risposte preimpostate, rimandi diretti ai siti web, oppure gestiscono in automatico l’intero servizio clienti attraverso la messaggistica diretta. O, ancora, sui social media possono essere impiegati per gestire sia i direct che i commenti. Una strategia efficace di customer service sui social genera un flusso più diretto ed efficace verso maggiori vendite: i dati infatti raccontano che i consumatori passano il 40% del loro tempo quotidiano sui social, dedicando il 27% a scoprire nuovi marchi; il 43% degli utenti utilizza i social per cercare i prodotti, ed infine, il 71% è ispirato ad acquistare direttamente tramite queste piattaforme.  

4. L’importanza del Social Commerce

Secondo una ricerca di Accenture, il social commerce triplicherà il suo valore entro il 2025 e raggiungerà 1,2 trilioni di dollari a livello mondiale.

Il customer journey, ossia il percorso compiuto da chi acquista un bene o un servizio, d’altronde, è in continua evoluzione ed è sempre più spostato sulle piattaforme social: con il 40% dei GenZ che non si affida più a Google per ottenere informazioni, TikTok e Instagram diventano i nuovi motori di ricerca e il 30% di loro usa il “Social rosa” per non perdere gli aggiornamenti dei propri marchi preferiti.

Il social commerce è un’opportunità concreta di fatturato ma richiede un approccio di comunicazione dove è la semplicità a dominare. Fondamentale è mettere il consumatore davanti a decisioni facili, e in questo il social commerce funziona perfettamente: si può dire esplicitamente ai clienti perché acquistare un prodotto e guidarli con pochi passaggi direttamente al carrello, dalla piattaforma social prescelta.

Nella creazione di una strategia di marketing non bisogna però dimenticare che anche l’esperienza resta un fattore importante, specialmente in alcuni settori commerciali. Per esempio, il 53% degli acquirenti di abbigliamento e il 46% di quelli di elettronica intendono acquistare in negozio e, in particolare, nonostante siano tra gli utenti più connessi, ben l’81% degli acquirenti della GenZ ama provare e acquistare direttamente al punto vendita fisico.

La crescita del social commerce si concentrerà in particolare su Tik Tok, dove si verificheranno il 10-20% degli acquisti del mercato globale entro il 2026.

La piattaforma, per le sue caratteristiche intrinseche, è in grado di catturare i consumatori dove stanno già cercando, di scoprire i prodotti in base agli interessi manifestati e creare connessioni più strette con il brand. In questo universo, gli influencer sono partner perfetti, che eccellono nella narrazione, iniettano autenticità negli annunci rendendoli più coinvolgenti e mostrano agli utenti l’utilizzo pratico dei prodotti nella vita di tutti i giorni.

Attualmente l’hashtag #TikTokMadeMeBuyIt ha superato 64 miliardi di visualizzazioni, il che dimostra la fiducia del pubblico nella piattaforma e l’economia comportamentale ci dice che il social commerce è ciò che i consumatori vogliono. 

5. Ritorno al passato: la nostalgia è il sentimento più in voga sui social  

Dai contenuti che circolano su tutte le piattaforme, le persone cercano conforto e fuga rivolgendo lo sguardo al passato, a tempi apparentemente più semplici. Oggi, soprattutto le generazioni più giovani – GenZ e Millennials – ricercano un senso di nostalgia nei contenuti veicolati sui social.  

Circa il 50% delle persone si sente confortato o addirittura felice quando si confronta con i media del passato. Più di un terzo della GenZ ha nostalgia degli anni ’90, nonostante la maggioranza sia nata un decennio più tardi, negli anni 2000. In generale, il 56% degli utenti di Internet compresi tra i 16 e i 64 anni continua ad amare i vecchi loghi dei brand e recentemente, sempre più marchi molto in voga negli anni ’90 stanno risorgendo nuovamente dalle loro ceneri, come Von Dutch, ad esempio, grazie anche a celebrity che li sfoggiano con orgoglio come Travis Scott.  

Questa “nostalgia di epoche mai vissute” rimane in cima ai social media trend: gli anni ‘90, con i quali la GenZ, seppur non ancora nata, sente un forte legame e gli anni 2000 – definiti anche Y2K – sono due periodi diventati punti di riferimento per le generazioni più giovani. Per cavalcare quest’onda, i brand fanno rivivere il sentimento nostalgico nella propria comunicazione per costruire attività memorabili e condivisibili. 

di redazione digital

La ricerca dell’amore: 1 italiano su 2 dice “sì” alle App e crede che la terapia psicologica sia la chiave per relazioni migliori

28 mercoledì 2024 visualizzazioni:

Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato in modo significativo le dinamiche relazionali, ridefinendo il panorama degli incontri, offrendo nuove modalità di connessione e contribuendo a plasmare le vite sentimentali di ciascuno di noi.  

Per fare luce su questo scenario in costante evoluzione, il servizio di psicologia online e Società Benefit Unobravo ha recentemente realizzato un’indagine volta a offrire uno spaccato sulle prospettive e le abitudini degli italiani rispetto alle relazioni e al dating, specialmente quello online.

Condotto in sinergia con l’istituto di ricerca YouGov, il sondaggio ha visto il coinvolgimento di oltre 1.000 persone – di ambo i sessi, provenienti da ogni angolo della penisola e di diversa età anagrafica e status relazionale – a cui è stato chiesto di rispondere a un questionario di trenta domande.

Lo studio si iscrive nella campagna “Innamorati prima di te”, lanciata da Unobravo a San Valentino con l’obiettivo di incoraggiare le persone ad amare sé stesse e investire nel proprio benessere psicologico per potersi connettere in modo più autentico, sano e consapevole con gli altri. 


Sì alle App per 4 italiani su 10. A 1 su 4 è già capitato di fare “swipe”.

Il 37%, quasi 4 italiani su 10, è favorevole a conoscere nuove persone attraverso le App di dating. 

A oltre 1 su 4 (27%), è già successo di fare “swipe”, mentre il 10% non ha ancora avuto occasione di provare le App in prima persona, ma è intenzionato a farlo in futuro. 

Italiani e App: più relazioni serie e meno incontri occasionali. 

La principale motivazione che ha spinto gli user di App di incontri a provarle è la curiosità (51%), seguita dalla volontà genuina di conoscere persone nuove, anche senza una finalità romantica (41%).

Il 32%, quasi 1 su 3, è mosso dal desiderio di instaurare una relazione seria, mentre solo il 28% cerca incontri occasionali. Un dato molto interessante questo, che scardina lo stereotipo, un tempo molto diffuso, che le dating App siano strumenti orientati esclusivamente agli incontri superficiali ed evidenzia il ruolo sempre più significativo delle piattaforme digitali nella ricerca di connessioni più profonde.

Infine, il 23% degli utenti dice di rivolgersi alle dating App in cerca di compagnia e interazioni sociali per combattere la solitudine. 

“Swipe” right o left? Gli italiani valutano i potenziali partner oltre le foto. Importanti anche bio e interessi in comune.

Nello scegliere di connettersi con qualcuno sulle App di incontri, solo 1 su 5 (22%) dice di valutare i propri potenziali partner quasi esclusivamente in base alle foto presenti sul profilo. Per il 63%, invece, le immagini sono importanti, ma non un fattore decisivo: nella scelta vengono tenuti in considerazione anche altri aspetti, come la bio o gli interessi in comune. Infine, per 1 su 10 (10%), le foto giocano un ruolo del tutto marginale.

Dal “match” al “date”: più di 1 su 3 preferisce conoscersi meglio prima di organizzare un incontro dal vivo.

Solo l’1% degli utenti organizza sempre incontri dal vivo con i propri match, mentre per il 26% questo accade frequentemente, ma non sistematicamente. La maggioranza degli italiani, pari al 42%, raramente trasforma i “match” online in appuntamenti. Per un quinto degli utenti (20%), i “match” rimangono sempre confinati nell’ambito online e non si traducono mai in incontri di persona.

Tra coloro che utilizzano le App, il 30% ritiene che il passaggio dal “match” all’incontro dal vivo debba avvenire entro i primi sette giorni. Al contrario, il 36% preferisce attendere qualche settimana prima di organizzare un appuntamento, così da avere l’opportunità di chattare più a lungo e conoscere meglio l’altra persona. Questa tendenza è particolarmente evidente tra le donne (46% vs 30% uomini).

C’è, poi, chi si dimostra più impaziente: il 6% desidera incontrare il potenziale partner già il giorno stesso, mentre il 17% entro un paio di giorni. In controtendenza allo scopo di utilizzo delle App stesse, il 2% ritiene, invece, che la relazione debba rimanere esclusivamente online.

1 su 2 pensa sia possibile trovare l’anima gemella sulle App. 2 user su 5 lo hanno sperimentato in prima persona.

Quasi la metà degli italiani (46%) si dichiara aperta alla possibilità di trovare una relazione seria sulle App di incontri. Sono soprattutto i giovani della fascia 20-30 anni (62%) e 31-40 anni (58%) a scommettere sulle App di dating per la ricerca dell’anima gemella. Nonostante questa apertura e fiducia verso le App, il 72% degli italiani, potendo scegliere, preferirebbe comunque conoscere la persona ideale dal vivo piuttosto che online, specialmente gli over 50 (76%).

Tra coloro che frequentano le App di incontri, 2 su 5 (40%) hanno affermato di aver intrapreso una relazione duratura con una persona conosciuta attraverso tali piattaforme. Mentre al 32%, quasi 1 su 3, è capitato di conoscere qualcuno tramite i social media, con cui successivamente è iniziata una relazione romantica. Questi dati confermano l’impatto crescente delle App e del digitale nel favorire la nascita di legami affettivi significativi.

Swipe generation: gli incontri online sono considerati la nuova normalità da oltre la metà degli italiani.

Solo il 27% degli utenti ha riferito di aver subito giudizi negativi legati all’utilizzo delle App di incontri. La maggioranza degli user (63%) afferma, invece, di non essersi mai sentito giudicato negativamente. Di questi, il 32% ritiene che conoscere persone in rete sia una pratica ormai ampiamente sdoganata e accettata, mentre il 31% pensa che, sebbene il dating online sia oggi molto diffuso, alcuni preconcetti a riguardo ancora persistano. 

Oltre la metà degli italiani (55%) sostiene di non aver mai giudicato negativamente chi utilizza le App di incontri, con una percentuale ancora più alta tra i giovani della fascia di età compresa tra i 20 e i 30 anni (64%). Solo 1 su 10 (11%), ammette di aver espresso giudizi sfavorevoli in passato, ma di aver poi riconsiderato la propria posizione. Ancora una volta, è soprattutto la generazione più giovane a manifestare questa apertura, con il 17% tra i 20-30 anni e il 20% tra i 31-40 anni.

Dating online: sempre più sdoganato, ma esiste ancora qualche barriera.

Nonostante il dating online stia prendendo sempre più piede, ci sono, però, degli aspetti che, per alcuni, costituiscono ancora un freno nell’utilizzo delle App. Tra le preoccupazioni più diffuse figurano: la possibilità di incontri pericolosi (46%) e la mancanza di fiducia nella sincerità degli altri utenti (45%). Le donne sono significativamente più intimorite di fare incontri potenzialmente pericolosi rispetto agli uomini (54% vs 37%). C’è, poi, una buona fetta della popolazione che predilige gli incontri tradizionali faccia a faccia (32%), rispetto a quelli nati online. Altri ostacoli, particolarmente percepiti nella fascia di età tra i 20 e i 30 anni, includono: l’imbarazzo nel dover ricorrere alle App per conoscere nuove persone (32% vs 19% del totale), la paura di non essere all’altezza delle aspettative degli altri utenti (21% vs 11%) e la preoccupazione del giudizio da parte di amici e parenti (25% vs 10%). Anche la mancanza di tempo per gestire attivamente il proprio profilo è una problematica sentita da molti (8%).

Come vivono gli italiani il mondo complesso delle “emozioni 2.0”?

L’esperienza con le App di incontri può essere molto coinvolgente e far scaturire, in coloro che la vivono, una vasta gamma di emozioni, che possono spaziare dalla curiosità all’entusiasmo e, talvolta, includere anche sentimenti più complessi. Per quasi 1 su 3 (29%) il principale timore è quello di interfacciarsi con qualcuno che utilizzi un’identità falsa. Mentre, al 26% è capitato di provare delusione a seguito di incontri che non corrispondevano alle aspettative. Per 1 su 5, invece, le emozioni più complesse da gestire sono: la rabbia, che può insorgere quando il potenziale partner improvvisamente scompare (21%), la confusione nel decifrare segnali ritenuti misti o ambigui provenienti dai propri match (20%) e la frustrazione dovuta alla sensazione di perdere tempo (20%). Tra le altre emozioni difficili da gestire indagate, anche: il senso di inadeguatezza e il timore di non essere abbastanza interessante o attraente (19%), il disappunto per non aver ricevuto alcun messaggio dopo un appuntamento (18%) e il dispiacere, che può causare un calo dell’autostima, a seguito di un rifiuto (12%).

I nuovi fenomeni relazionali: ghosting, zombing, orbiting e breadcrumbing.

Sia che si tratti di relazioni nate online o nel mondo reale, è possibile che, a volte, si verifichino fenomeni che possono incidere sull’emotività e il benessere psicologico, come il ghosting, lo zombing, l’orbiting e il breadcrumbing. Questi comportamenti sembrano essere più diffusi tra i giovani, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 20 e i 30 anni e i 31 e i 40 anni.

Il 41% degli italiani, più di 4 su 10, ha sperimentato almeno una volta il ghosting, un fenomeno che si verifica quando la persona con cui si sta intrattenendo una relazione interrompe bruscamente ogni forma di comunicazione, senza fornire una spiegazione. 

Solo poco più di un terzo degli intervistati (31%) ammette, invece, di aver inflitto questa pratica. La motivazione predominante dietro a questo fenomeno è la perdita di interesse. Il 43% dichiara, infatti, di ritenere il ghosting come il metodo più facile per concludere un rapporto. 

Anche il timore di un coinvolgimento eccessivo da parte dell’altra persona rispetto al proprio interesse rientra tra le ragioni principali che spingono a sparire all’improvviso (34%).

1 italiano su 3 (33%) dichiara, invece, di aver sperimentato lo zombing, che si verifica quando il partner, dopo aver attuato il ghosting ed essere sparito, riappare improvvisamente, sempre senza dare alcuna spiegazione.

L’orbiting – che si manifesta quando una persona mantiene una connessione online senza, però, impegnarsi in incontri dal vivo – è stato invece vissuto dal 28% degli italiani, con una prevalenza tra la popolazione maschile (33%).

Infine, per quanto riguarda il breadcrumbing, il 36% degli italiani dichiara di essersi trovato coinvolto in questa dinamica relazionale in cui il partner, attraverso l’invio sporadico di messaggi o attenzioni minime, mantiene alto l’interesse dell’altro senza, però, arrivare mai a impegnarsi appieno.

Relazioni migliori grazie alla terapia psicologica: ne è convinto 1 italiano su 2.

In un mondo in cui le tecnologie facilitano gli incontri e le connessioni, ma, al contempo, introducono nuove dinamiche e sfide, la consapevolezza emotiva, l’empatia e il rispetto reciproco emergono come strumenti fondamentali per navigare la complessità delle relazioni moderne e creare legami sani e autentici. 

In questo contesto, la terapia psicologica può costituire un valido alleato per la costruzione di rapporti più sani, funzionali e appaganti. L’indagine di Unobravo ha, infatti, rivelato che il 50% degli italiani ritiene che la terapia psicologica possa essere un valido supporto per stare meglio con sé stessi e, di riflesso, con gli altri. A pensarlo sono soprattutto le donne (56%) e i giovani della fascia 20-30 anni (63%) e 31-40 anni (60%).

Questa consapevolezza indica un crescente riconoscimento dell’importanza della salute mentale tra gli italiani e sottolinea una volontà diffusa di investire maggiormente nel benessere psicologico ed emotivo per favorire connessioni più profonde e significative.

Infine, delle 1045 persone intervistate da Unobravo, il 32% si è avvalso, almeno una volta nella vita, del supporto di uno psicologo. Dall’indagine è, inoltre, emerso che gli user di terapia usano maggiormente le App rispetto al resto della popolazione: il 40% di coloro che seguono o hanno seguito un percorso psicologico ha dichiarato, infatti, di utilizzare le App, contro il 27% della popolazione totale analizzata. Di questi, circa il 70% ha affermato che ricevere un sostegno psicologico li abbia aiutati ad affrontare in modo più positivo il dating online. In particolare, molti hanno segnalato di riuscire a gestire meglio situazioni emotive complesse, come delusioni, ghosting e orbiting (29%), di vivere il dating con più serenità e meno pressione (28%) e di provare meno ansia durante gli appuntamenti (22%).

Le relazioni rappresentano un aspetto imprescindibile della vita e possono contribuire in modo determinante alla crescita personale, al benessere e alla soddisfazione emotiva. Tuttavia, come qualsiasi altra dimensione della vita possono, talvolta, presentare delle complessità. In un’era in cui le tecnologie, quali le App di messaggistica, i social media e le piattaforme di dating, hanno ampliato in modo esponenziale le possibilità di connessione, le dinamiche relazionali si sono evolute e sono emerse nuove sfide. Affrontare questo scenario complesso può essere sfidante da un punto di vista emotivo. Coltivare la consapevolezza, l’empatia e il rispetto verso sé stessi e gli altri è fondamentale per poter dare vita a legami più gratificanti, che rispecchino la nostra autenticità, contribuendo al benessere emotivo di ognuno di noi. In questo contesto, la terapia psicologica offre un ambiente sicuro in cui addentrarsi alla scoperta di sé stessi e sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva, ma anche riuscire ad entrare in relazione con gli altri in modo più funzionale e genuino. Con Unobravo, ad esempio, è possibile intraprendere percorsi di terapia online con professionisti specializzati in crescita personale e in ambito relazionale. Affiancati da uno psicologo, possiamo iniziare un percorso di auto-scoperta per approfondire la conoscenza di noi stessi, entrare in maggiore contatto con la nostra sfera emotiva. Ciò avrà un impatto significativo sulla relazione che abbiamo con noi stessi e, di riflesso, con gli altri”, ha dichiarato la Dottoressa Valeria Fiorenza Perris, Psicoterapeuta e Clinical Director del servizio di psicologia online Unobravo. 

di redazione digital

28/02/2024

“Naturadea: Semplicità e Sostanza nella Bellezza Made in Italy”

23 venerdì 2024 visualizzazioni:

In un mondo in cui la bellezza spesso è sinonimo di lusso inaccessibile, c’è un marchio italiano che si distingue per la sua dedizione alla qualità e alla professionalità. Naturadea si presenta come la linea di eccellenza per la cosmesi biologica, una proposta senza fronzoli che mette al centro la sostanza, senza compromessi e improntata sulla qualità.

La Bellezza Reale, Senza Compromessi

Naturadea è la risposta per chi cerca una bellezza autentica, senza compromessi. Ogni prodotto è il risultato di un impegno continuo per la qualità, pensato per coloro che cercano la massima efficacia senza dover navigare tra promesse vuote.

Made in Italy: Eccellenza a Portata di Mano

La tradizione dell’eccellenza italiana si riflette in ogni prodotto Naturadea. Realizzati con cura e maestria, i cosmetici portano con sé l’eredità di un paese famoso per il suo stile e la sua dedizione alla qualità. È una bellezza radicata nella terra, accessibile a tutti. 

Naturadea incarna l’arte italiana della bellezza, sposando l’antica maestria con le più moderne scoperte cosmetiche. Ogni confezione è  frutto di ricerca continua e passione vera per la natura.

Semplicità che Parla da Sola

Naturadea abbraccia la bellezza senza complicazioni. I prodotti parlano da soli, senza bisogno di frasi pompose o packaging esagerato. Semplicità significa concentrarsi su ciò che conta veramente: la salute della tua pelle e il benessere personale. La bellezza non dovrebbe mai essere un lusso irraggiungibile, ma un rituale quotidiano che celebra la tua pelle.

Per Tutti, Senza Eccezioni

L’obiettivo di Naturadea è rendere la cosmesi biologica alla portata di tutti. La bellezza dovrebbe essere un diritto di tutti e  tutti meritano di accedere a prodotti che rispettano la tua pelle e il pianeta.  Naturadea è qui per impegnarsi a farlo.

Conclusione: Naturadea, Dove la Bellezza Trova la Sua Autenticità

In un mercato saturo di promesse, Naturadea emerge come un’icona di qualità e professionalità. La bellezza è un’arte, e  Naturadea è la tela su cui dipingere la tua autenticità. Riscopri la bellezza elevata a un nuovo standard con Naturadea – dove la perfezione è la norma.

Esplora la gamma Naturadea  e abbraccia la tua bellezza con prodotti semplici, autentici e pensati per te! Trova la tua nuova routine su www.naturadea.it  e inizia il tuo viaggio di bellezza oggi stesso!

di redazione digital

23/02/2024

Le priorità della Generazione Z: preservare la salute mentale e avere fiducia in sé stesse

23 venerdì 2024 visualizzazioni:

È l’ultima lettera dell’alfabeto quella che definisce i ragazzi dai 13 ai 20 anni. Rappresenta la “Generazione Z”, cresciuta in un’epoca dominata dalla tecnologia, che sin dalla prima infanzia ha avuto accesso a Internet, smartphone e social media. 
I risultati dell’indagine INTIMINA-CensusWide hanno mostrato le  aspettative e priorità di oltre 2mila giovani donne del Regno Unito, Italia, Francia e Spagna, evolute e intraprendenti a livello digitale.
“Dalla ricerca emerge chiaramente che questa generazione ha invertito l’attenzione che, se fino a poco tempo fa sembrava  essere rivolta verso l’esterno, ora appare orientata verso l’esigenza di sviluppare maggiore consapevolezza rispetto al proprio potenziale. Interessante è il dato sui riferimenti importanti che sono ancora nella cerchia di amici o familiari sebbene, ovviamente, i social giochino un ruolo piuttosto importante nella percezione di sé stesse soprattutto dal punto di vista della propria immagine corporea e quindi fiducia in sé. Le ragazze della Gen Z – commentaAlessandra BITELLI, Woman Empowering Coach per INTIMINA – sono dunque alla ricerca di conferme ma anche desiderose di confronto sul piano umano e sociale. Uccellini che vogliono imparare a volare guardando in alto e aspirando a diventare forti con grandi ali spiegate verso le loro ambizioni ma pur sempre bisognosi di cure e di guide di cui si possano fidare”.

PIU’ IMPORTANZA ALLA FIDUCIA IN SÉ STESSE E ALLA SALUTE MENTALE
L’indagine(1) analizza gli aspetti più importanti della vita per le ragazze della Gen Z scoprendo che in cima alla lista ci sono la fiducia in sé stesse (63%) e la salute mentale (62%), seguiti dall’immagine corporea (47%) e dalla carriera (45%).
Per le ragazze intervistate tra cui anche le italiane,  il modo migliore per mantenere una salute mentale positiva, è quello di parlare con gli amici (60%), con la famiglia (51%), fare esercizio fisico (47%) e attività creative (31 %), cercando un aiuto professionale quando necessario (22%) e ricorrere anche a insegnanti, consulenti scolastici o tutor (14%).

AMICI E GENITORI COME RIFERIMENTO 
Le ragazze della Gen Z sanno di aver bisogno di molte cose per sentirsi bene con sé stesse. Che si tratti di un aumento di fiducia o di ottenere un’immagine corporea positiva, si rivolgono soprattutto ad amici (54%) e genitori o familiari (46%). 
Molte trovano fiducia nei propri risultati personali (38%) e nelle affermazioni positive (32%). Tuttavia, i social media (26%) e i role model (16%) svolgono un ruolo significativo nel supportare le ragazze a sentirsi sicure e positive riguardo al proprio corpo, influenzando il modo in cui percepiscono sé stesse.

COME E CON CHI PARLARE DEL CICLO MESTRUALE
Analizzando il campione della Gen Z, c’è una generale apertura a voler parlare del ciclo mestruale:il 22% delle intervistate conferma che se ne parla apertamente e si sente a proprio agio nel parlarne con tutti. Resta comunque l’11% delle intervistate che ritiene che le mestruazioni siano una questione privata e debbano essere discusse con discrezione, mentre un altro 11% pensa che ci sia spazio per miglioramenti nell’infrangere il tabù sull’argomento. Solo il 6% dice che le mestruazioni sono ancora viste come un tabù nei loro ambienti e le discussioni aperte sono limitate.
La metà delle intervistate (51%) ne parla con familiari e amici, mentre un terzo  (33%) trova supporto nelle storie personali e nelle esperienze condivise da altri. 
Il 31% utilizza libri, articoli, brevi video o webinar, il 19% sceglie workshop o eventi interattivi incentrati sul benessere e sullo sviluppo personale e il 19% visita forum e comunità online per discussioni aperte.

di redazione digital

23/02/2024

Stato di Flow, il segreto per ritornare ad essere concentrati (e lavorare bene)

21 mercoledì 2024 visualizzazioni:
Mantenere la nostra capacità di concentrazione è un po’ come nuotare controcorrente o, meglio, contro: stress, dispositivi elettronici, un incessante flusso di informazioni e accavallamenti di pensieri e di attività da svolgere. Con il risultato che l’obiettivo da raggiungere sembra sempre lontano. Soprattutto al lavoro, dove spesso l’ambiente è caotico e l’attenzione viene continuamente interrotta. Ma se fossero proprio i datori di lavoro a fornirci gli strumenti e le “buone pratiche” per non perdere il filo? di Alisia Galli, Psicologa Clinica e Leader Pillar Mentale di Fitprime

Non ho tempo”, “non ho fatto in tempo”, “ vorrei farlo, ma non so quando ”. Pronunciamo frasi così ogni giorno. Eppure, pensiamoci, viviamo in un’epoca accelerata, la nostra vita è molto semplificata rispetto a quella di secoli fa, grazie all’aiuto di macchine che svolgono tanti lavori al posto nostro, grazie a comunicazioni più veloci, spostamenti più rapidi… Viviamo insomma in un’epoca contraddistinta da paradossi che incidono profondamente sulla nostra capacità di vivere il tempo in maniera significativa. Secondo il filosofo Pascal Chabot, il nostro lamento sulla mancanza di tempo nasconde in realtà una crisi di attenzione di qualità. Abbiamo tempo, un sacco di tempo, ma ne perdiamo la maggior parte. Ridateci l’attenzione. Vivere nell’epoca della distrazione Il fenomeno è stato ulteriormente approfondito da Johann Hari nel suo libro L’attenzione rubata in cui l’autore parla di una “cultura patogena dell’attenzione”, ovvero un mondo dove la nostra capacità di concentrarci è sotto assedio costante. E tutti noi ne facciamo esperienza ogni giorno. Provate a restare concentrati sul lavoro e verrete interrotti da: rumori ambientalinotifiche del telefono, avvisi di inbox nella vostra casella della mail, telefonate – alcune utili, altre no – e ancora, il collega che chiede un parere , quello che fa unabattuta, ma anche pensieri, preoccupazioni personali, rircordi. Se lavorate da casa ci sarà la biancheria da stendere, il figlioda andare a prendere a scuola, la palestra, il vicino rumoroso e quello che bussa alla porta per fare due chiacchiere. Rimanere concentrati oggi sembra una corsa a ostacoli. Gli studi citati da Hari nel suo libro rivelano un quadro allarmante: sembrerebbe che i lavoratori riescano a rimanere concentrati, in media, per appena tre minuti. Questo calo drastico dell’attenzione non è un fallimento personale, ma il risultato di un ambiente che rende estremamente difficile sostenere una profonda e prolungata attenzione. Gloria Mark, ricercatrice della University of California, ha descritto una situazione ancora più preoccupante di quella dipinta da Hari. Oltre al grande problema delle distrazioni, ce ne sarebbe un altro. Secondo i suoi studi ci vorrebbero circa 23 minuti per tornare a concentrarsi, una volta persa l’attenzione. Fine del mito del multitasking! Stato di Flow: l’approccio per ritrovare la concentrazione Ciò che tutti questi studiosi ci mostrano, più o meno esplicitamente, è che le strutture sociali e tecnologiche stanno erodendo la nostra capacità di concentrarci. La domanda sorge spontanea: cosa possiamo fare? La psicologia viene in aiuto con il cosiddetto stato di flow , in riferimento a un approccio personale e praticabile per riconquistare la nostra attenzione. Lo stato di flow è quel momento in cui niente ci può distrarre, sappiamo dove stiamo andando e procediamo spediti. È una sorta di estasi, in cui il tempo sembra essersi fermato e noi siamo focalizzati su quello che stiamo facendo . Artisti, scrittori e atleti cercano di raggiungere questo stato attraverso varie tecniche. Marina Abramovic ha sviluppato addirittura il “Metodo Abramovic” per indurre uno stato creativo. Teorizzato dagli psicologi Mihaly Csikszentmihalyi (il suo intervento al TED nel 2004 si trova facilmente online) e Jeanne Nakamura, lo stato di flow è uno stato di attenzione rilassato, aperto, che si genera in una momento di recupero dopo un altro di forte intensità ed è lo stato ideale perché si crei uno stato di concentrazione, per essere creativi, per lavorare meglio.
È quando ci si sente motivati, concentrati e focalizzati. Anche Daniel Goleman , psicologo e autore del bestseller Intelligenza emotiva, tocca l’argomento, seppure in maniera trasversale, quando spiega il funzionamento della parte del cervello che lavora in maniera inconscia e che noi possiamo agevolare. Come? Stimolandolo prima e lasciandolo lavorare senza intervenire dopo.

Stato di flow, come raggiungerlo in 4 semplici passi 
La capacità di governare l’attenzione ci permette di essere efficienti, focalizzati, ma soprattutto di vivere in uno stato emotivo di benessere .
Ognuno può trovare la sua modalità per arrivare a questo stato e i metodi suggeriti sono tanti e diversi, ma per iniziare basta mettere in pratica quattro semplici regole: Formulare il proprio problema nella maniera più precisa possibile;Abbandonare quel problema (aiutandosi facendo una passeggiata, ascoltando musica, dormendo o dedicandosi al proprio hobby);Lasciare che il tempo scorra, senza pensare di arrivare alla risoluzione o alla risposta;Infine, sintonizzarsi sulle nostre sensazioni per raccogliere stimoli e intuizioni, avendo piena fiducia nelle nostre capacità. Certamente, lo stato di flusso non si attiva istantaneamente; occorre tempo per immergersi in un’attività e ancora di più per raggiungere uno stato di profonda concentrazione e bisogna perciò aiutarsi a raggiungerlo, togliendo di torno le distrazioni(almeno quelle che possiamo) e adottando alcune strategie o tecniche. Esempi? Non tenere il telefono sottomano, silenziare le notifiche ed eliminare tutto ciò che crea distrazioni inutili intorno a noi. Ancora più efficace, è praticare la mindfulness , che consente di entrare in sintonia con sé stessi. Dedicarsi quotidianamente alla meditazione può aiutare a calmare la mente, tenere a bada i pensieri che costituiscono una fonte di distrazione e spingere l’individuo a raggiungere i propri obiettivi. Favorire lo stato di flow sul lavoro: perché è importante Incoraggiare la ricerca dello stato di flow nei contesti lavorativi non solo può aiutare i singoli dipendenti a superare i problemi di attenzione e distrazione, ma può anche elevare il livello di performance complessiva delle organizzazioni, al fine di promuovere un ambiente di lavoro sano dove le persone siano soddisfatte, lavorino bene e volentieri. Come spiega Csikszentmihalyi, il flusso è strettamente legato alla motivazione, nonché alla felicità in generale . Tradotto in termini lavorativi, ciò significa che elementi come la cultura aziendale, l’equilibrio tra vita privata e lavoro e l’ambiente in cui lavoriamo giocano un ruolo fondamentale nel raggiungimento dello stato di flusso. Le aziende oggi devono chiedersi quale modello di lavoro vogliono adottare e come supportare le proprie risorse. Per avere dipendenti fidelizzati e concentrati, occorre promuovere il benessere psicologico, garantendo strumenti di supporto, facendo proliferare una cultura basata non sul successo e sulla performance, ma sul senso di soddisfazione . Molte aziende con cui noi di Fitprime lavoriamo ci confermano che quando decidono di implementare progetti che prevedono percorsi di benessere mentale (sviluppo di Mindful Journey, accesso alla piattaforma di supporto psicologico Therapy, percorsi di psicoeducazione creati ad hoc) i loro dipendenti sentono di appartenere a un gruppo di lavoro coeso, si sentono utili e quindi lavorano meglio. Citando Csikszentmihalyi, l’obiettivo di ogni azienda dovrebbe essere portare i propri lavoratori a rispondersi “anche il mio lavoro”, alla domanda: “Cosa vale la pena fare che pensi non ti porti necessariamente grande fortuna o fama, ma che ti renda felice davvero e che ti porti a pensare che stai vivendo una vita degna di essere vissuta?”.


Alisia Galli, Psicologa Clinica e Leader Pillar Mentale di Fitprime

di redazione digital

21/02/2024